aaa 1987

Dopo più di 16 anni di occupazione (5 dic. '87) l'archivio di El Paso, come potete ben immaginare, è stracolmo di materiale. Non solo: non avendo mai pensato di organizzare sezioni, gruppi di lavoro, commissioni o soviet per la propaganda, molto materiale è andato perso, altro è rovinato, altro ancora non è cronologicamente collocabile. Come se non bastasse la nostra scarsa abitudine alla conservazione burocratica della memoria, a peggiorare le cose ci si sono messe anche le numerose perquisizioni che hanno avuto l'effetto di una bella shakerata tra migliaia di fogli.

In questa pagina troverete quindi i documenti che pensiamo siano più sintomatici e significativi della vita e delle esperienze pasiche, immessi man mano che ce li troviamo davanti o cercati appositamente dopo alcune discussioni.
Chi sia in possesso di materiale nostro, oppure ci tenga adarci suggerimenti su quel che gli sembra importante vedere in rete, ci contatti. Ovviamente sono gradite le collaborazioni da parte di chi sappia costruire pagine, scannare, elaborare un'immagine, usare un pc, o semplicemente battere dei testi.

Qui troverete esclusivamente documenti, mentre nella sezione 'ARCHIVIO' troverete soprattutto immagini (con spiegazioni) uscite non solo dal covo pasico, ma provenienti anche dalle diverse esperienze con le quali siamo entrati in contatto anche prima di occupare.

Volantini e comunicati sono qui inseriti a partire dall'ultimo in senso cronologico.
 

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ATRIUM - IL VUOTO OLTRE LO SFRUTTAMENTO

Quando gli imperatori devono far ingoiare ai sudditi qualcosa di disastroso, organizzano dei giochi maestosi. E' ciò che succede ora: i nostri governanti, destra e sinistra assieme (divisi solo dalla spartizione dei finanziamenti), stanno cercando di far passare le Olimpiadi del 2006 (così come l'Alta Velocità e la metropolitana) come una bella e buona occasione per noi sudditi. Non è così, ovviamente, e quindi cercano di abbagliarci con luci e lustrini, nani e ballerini, costruzioni splendenti dietro alle quali non c'è che speculazione. Devastazioni, cemento, espropri, sprechi, controllo sociale.
Panem et circenses.

Due settimane di olimpiadi non possono giustificare lo scempio che avviene sia nelle valli (dove alle prossime inondazioni su griderà allo scandalo per l'ulteriore cementificazione che facilita le 'tragedie naturali') che qui in città. Hanno costruito questo Atrium, obbrobrio miliardario in pieno centro. Un pugno in un occhio in un centro storico già spogliato di ogni abitante senza alto reddito ma riempito con banche, telecamere, caserme ed uffici. Le olimpiadi invernali nelle loro ultime due edizioni sono state occasione solo di doping, combine e corruzioni gigantesche, culminate con arresti in massa. La nostra candidatura è dovuta all'intervento della famiglia Agnelli, così prodiga nel lasciare la città in brache di tela dopo aver preso dallo Stato migliaia di miliardi.

Costruire dappertutto opere faraoniche per abbagliare la gente, che come ogni opera imperiale che noi paghiamo finirà male: vedi Italia '61, Experimenta, lo stadio Delle Alpi di Italia '90, l'autostrada della Valsusa.

Gli sport 'minori' e di base non hanno spazi né strutture, mancano i soldi per i tranvieri, non abbiamo mai avuto i trasporti notturni (perché tutti fossero obbligati ad avere l'auto), mancano i soldi per l'assistenza e la sanità, non ci sono soldi per le scuole o per i cassaintegrati, e questi cosa fanno? Buttano i soldi per i loro spettacoli, devastano Torino con la metropolitana, ridisegnano il centro città come una fortezza chiusa a chi non ha soldi per entrarci e consumare, fondano architetti e società guidate dai politici che guadagnano miliardi, il tutto mentre migliaia di disgraziati per quattro soldi lavorano in nero e magari muoiono, mentre ai sudditi non resta che applaudire.

Non siamo sudditi e non vogliamo assistere a questo sfruttamento umano, ambientale e sociale facendo finta che tutto va bene e che siamo tutti d'accordo. Non c'è nulla da festeggiare. Solo da opporsi e dire BASTA.

SUDDITI IN RIVOLTA


13 gennaio 2004

 

BUGIARDI MISERABILI e VIGLIACCHI

La sfrontatezza e l'arroganza dei nostri governanti non conosce limiti: politicamente super partes, da destra a sinistra, in Giunta dichiarano che sgombereranno tutti i posti "che ospitano pochi ragazzi", "quelli completamente avulsi dal contesto sociale", naturalmente per "recuperare gli stabili" per "progetti definiti e realizzabili". Bugiardi…

- Dopo aver lasciato marcire per anni centinaia di edifici (molti dei quali sarebbero sicuramente crollati senza l'intervento di chi li ha abitati, altro che sfaticati, brutti stronzi bugiardi)
- dopo aver concesso spazi con finte occupazioni a chi sin dall'inizio aveva santi in paradiso
- dopo aver fatto circolare false notizie come 'le bollette pagate dal Comune' (e ce lo dicano, carte alla mano, a quali posti pagano le bollette, chi ha finanziamenti, protezioni…)
- dopo aver escluso dalla vita cittadina tutte le forme associative spontanee, non profit, quelle non legate a istituzioni e a ricchi sponsor (sintomatico il caso di Radio Black Out, la cui festa non si terrà come ogni giugno da 10 anni perché secondo il Comune, a Torino non ci sono spazi disponibili, e la munifica Regione dell'ass. Leo invece, manco s'è degnata di considerare l'iniziativa): facciano esempi concreti per smentire
- dopo aver gestito e continuare a gestire ogni risorsa economica e logistica solo in una logica di potere (voti, soldi, consulenze)...

adesso ci dicono che chi occupa leva spazi agli altri!!!

In una città dove la gestione è totalmente verticistica, dove solo le istituzioni possono fare, feste, convegni, mostre, etc coi soldi dei contribuenti - e gli altri si arrangino, cerchino sponsor o muoiano - dove il cittadino suddito si deve limitare a consumare ciò che gli viene proposto, dove l'unico problema degli scaldasedie è come consumare il denaro che arriva dalle tasse o da Bruxelles (sai il giro di soldi, di tangenti, su appalti e feste, su case, carceri, scuole, ospedali, viadotti, strade, giardini, piste ciclabili…), il Comune vuole sgomberare tre casette PERCHE' SONO PICCOLE E AVULSE DAL CONTESTO SOCIALE…

Gli AVULSI siete voi, vigliacchi arroganti, voi che parlate di sgomberare Alcova e Rosalia, adiacenti a Fenix*, che El Paso occupò 3 volte e 3 volte venne violentemente sgomberato… per lasciare posto a cosa? A UNA CASA VUOTA! E CHE VUOTA (al di là di una targa) E' RIMASTA!!

Però guarda caso gli interessano quelle accanto… Miserabili…

Ospitano pochi 'ragazzi'? Certo, pochi che non hanno quelle idee da consumatori-e-basta, il suddito bue che a voi vigliacchi tanto piace….
Pochi ragazzi? Ma le iniziative di questi pochi - non di massa, come piace ai politicanti - sono ben al di sopra delle banalità da supermercato mediatico cui ci hanno abituati… O forse non vanno bene perché esprimono una critica radicale all'esistente?

Quanto sono costati i festeggiamenti in P.za Vittorio per le prossime Olimpiadi del cemento del 2006?
Quanti miliardi avete speso per 2000 persone in piazza?
E quanto è costata l'esibizione della Biennale Giovani, quanto la geniale iniziativa di PORTARE GLI ARTISTI A COMPRARE LE BRIOCHES ALL'ALBA? Ma pensate che siano tutti scemi?
E allora perché non parliamo di quanto costa Musica '90 in rapporto al pubblico che vi arriva?
Vogliamo fare un paragone con le attività complessive dei posti occupati? Parametri: qualità / costo / ragionamenti / partecipazione ?

In nuce, quanto ci costano i "progetti definiti e realizzabili" del Comune, quelli di massa, e quanto quelli elitari ma di netta minoranza?
Come mai si parla solo di squatter, brutti sporchi e cattivi, folklore vario ma mai dei contenuti (vedi la quattro giorni appena conclusasi), di quel che esprimono questi "pochi ragazzi"?

E allora, qual è il parametro? Se è di massa funziona, se è elitario lo possono fare solo loro coi soldi degli altri?

Quali sono i "progetti definiti e realizzabili" che verranno realizzati? Una disneyland campagnina dove i bambini imparano come drogare gli animali, distruggere la frutta in eccesso, cementificare tutto, allevare animali in batteria, fare vino tagliato, olio di colza, dove imparano che è meglio lavorare in ufficio e mollare la campagna ché tanto la CEE ti rimborsa per abbattere i tuoi alberi?
O una bella casa per artisti asserviti?
O un centro studi sul cancro per trapiantare chi se lo può permettere senza mai metterne in discussione le cause?

Chi li decide sti' progetti? A chi devono piacere? A quanti?

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Forse dovremmo, noi di El Paso, sentirci tranquillizzati da chi ci definisce "posto non a rischio di sgombero". Ci piacerebbe, ma siamo ben sicuri che nei prossimi Grandi Progetti Speculativi di giunte, industrie, urbanisti e politicanti ci sia anche il Lingotto, e inevitabilmente anche casa nostra.

E al di là di casa nostra, non staremo a guardare una città che si trasforma sempre più in un feudo sterile dove la mega fabbrica FIAT si trasforma nella mega macchina SPETTACOLO, con la consensuale spartizione di potere e denaro tra politicanti, portaborse e strutture fiancheggiatrici.

I posti occupati non si toccano. Buttateci fuori e poi vedrete se è più semplice per voi sgomberare un posto che difendere tutte i luoghi delle VOSTRE istituzioni, difendere i VOSTRI palazzi e i VOSTRI privilegi. Sgombereremo voi dalle vostre poltrone, bastardi arroganti, manderemo voi a lavorare finalmente, venditori di fumo, anziché farvi mantenere dagli altri.


El Paso, 6 giugno 2002

 

Qualche nostra riflessione sulle giornate di Genova.

I commenti a caldo sugli eventi riportano (soprattutto, com’è ovvio, da parte della stampa istituzionale), le ‘accuse’ dei capi delle organizzazioni presenti a Genova che parlano, quasi unanimemente, di provocatori in combutta con la polizia (addirittura filmati o fotografati), o, nel minore dei casi, di teppisti lasciati liberi di agire che avrebbero comunque fatto il gioco della polizia dandole occasione di attaccare il grosso della manifestazione pacifica.

La prima osservazione che si può fare è che queste accuse si ripetono metodicamente da 25 anni ogniqualvolta una manifestazione di piazza sfugga al controllo dei suoi presunti organizzatori politici. A sentire costoro ci sono sempre teste calde, compagni che sbagliano, persone che ‘cadono nelle provocazioni’ (fasciste o poliziesche), oppure, nei casi più eclatanti, infiltrati.
Questa è l’unica giustificazione di chi, cerca di gestire e strumentalizzare le volontà di protesta di migliaia di persone su argomenti che toccano tutto e tutti, in modi diretti e indiretti.

Ci sono migliaia di motivi per protestare: una congrega di potenti, i più potenti in Occidente, protetti da migliaia di uomini armati di tutto punto, gli stessi uomini che in prima istanza, tutti i giorni, dappertutto, applicano le decisioni dei potenti.

Il G8 non è nulla. Nulla si decide là. Ma è un simbolo. E simbolicamente c’era chi voleva protestare contro di loro. In modi e termini diversi.

E a questo punto bisogna intendersi sui termini.
Contestare democraticamente (che nell’accezione dei cosiddetti organizzatori ed esponenti della ‘società civile’ significa senza offendere, senza fare danni, senza difendersi), significa anche rendersi conto, come giustamente hanno rimarcato gli stessi potenti nonché i loro portavoce, che questi potenti rappresentano nazioni in cui vige la democrazia e che gli stessi sono stati democraticamente eletti dalla maggioranza degli elettori, e che quindi rappresentano tutti coloro che accettano, votando ed accettando i termini della gestione democratica, di essere governati da questo da quello schieramento politico.
E’ un sistema che non lascia spazi: o si accetta oppure no.
In questo senso coloro che pensavano di protestare democraticamente, praticamente manifestavano solo il disappunto di una minoranza istituzionale per le decisioni del governo che loro stessi hanno legittimato votando.
Ci si renda conto: anche se fossero stati un milione di persone, sarebbero stati democraticamente considerati una minoranza. Gli elettori hanno deciso altro, hanno votato altri e gli eletti democraticamente decidono per tutti.
Diversi milioni di persone hanno eletto questi potenti. Che gli altri continuino a provare. Gratta gratta magari una volta tocca a te comandare.

A che serve una manifestazione di minoranza? A sfogarsi, a fare vedere che non si è d’accordo, a cercare di far pressione sui nostri governanti perché prendano decisioni più giuste… chissà perché dovrebbero farlo. Però quando poi ci si trova in piazza, magari per la seconda, la terza, la decima, la centesima volta, dopo anni che si subiscono dall’alto decisioni, limitazioni, oppressioni, ingiustizie, repressioni, violenze, succede altro. Succede che ci si ricorda della rabbia di quando si subiscono dei torti, di come sia impossibile gestire la propria vita perché in ogni suo aspetto siamo limitati e repressi da una sistema che ha fabbricato dei binari predefiniti dai quali è impossibile sfuggire. Succede che ci si rende conto di come non sia neanche possibile capire chi sia il responsabile di ciò che ci accade.
Non è responsabile il nostro datore di lavoro - se non ci fosse lui non si mangia -, non lo è chi ci fa pagare le tasse (anzi, adesso le tolgono direttamente dagli stipendi, così sembra più indolore), non lo è chi ci multa in fondo fa solo il suo lavoro non lo è chi ci insegna da quando siamo piccoli come comportarci un modo comune ci deve essere, se poi c’è chi non lo fa, pazienza e subisci -, non lo è chi ci governa in fondo è l’espressione della maggioranza di noi -, non lo è chi ci manganella e ci arresta qualcuno deve pur farlo, e poi non è con la forza che si fanno valere le ragioni di chi sta ‘sotto’…

Così quando nella vita di tutti i giorni ci rendiamo conto che le cose non vanno, nessuno è mai colpevole, nessuno è responsabile, tutti hanno una giustificazione e non si può fare nulla, se non pregare, votare e chiedere qualche briciola in più (qualche soldo in più, una casetta…).

Per le grandi questioni collettive non ci sono responsabili: inquinamento, fame, malattie, guerre e via dicendo, non trovano mai responsabili. E si resta lì a torcersi le mani, impotenti.

C’è chi è sceso in piazza con questi sentimenti ormai razionalizzati da tempo, chi li ha sentiti emergere durante le ore in piazza. E tanti, molti, hanno sfogato la propria rabbia, sono esplosi, comprendendo come, in queste manifestazioni, non ci sia null’altro da fare che non porti ad una mera scampagnata. Tanti, molti, hanno espresso distruttivamente la propria rabbia e il proprio furore contro un sistema che, questo sì, è un blocco nero, un blocco che non lascia spazio a nessun altro metodo, men che meno quello della autodeterminazione della propria vita.
Ogni essere in gabbia, prima o poi, si ribella, per quanto larga e confortevole sia la gabbia.

Poi possiamo anche dire che la polizia avrebbe caricato comunque, che ha caricato chi non faceva nulla, che altro non aspettavano, che gli piace picchiare, che il clima era comunque di intimidazione, ma il fatto è che non c’era altro modo sensato di porsi di fronte a 8 potenti che decidono per tutti e che si circondano di migliaia di uomini armati.

E chi ha visto la violenza endemica della manifestazione istituzionale, dei suoi blocchi, delle mura, delle divise, ancor prima delle violenze dirette, sa che la responsabilità è dello Stato e dei suoi protettori, altro che provocatori. La loro stessa esistenza è una provocazione, una minaccia.

Quando si protesta contro chi governa il mondo, non ci possono essere mezze misure. Il sistema vuole qualcuno (o alcuni) che governi tutti, e il singolo nulla può. E in questi giorni migliaia di singoli, non certo solo alcuni anarchici (giacché tutto ci interessa meno che cavalcare la tigre), si sono espressi, hanno vissuto senza mediazioni la propria rabbia.

Sappiano, gli ‘organizzatori’, i mediatori, i politicanti istituzionali o meno, che nessuno, né noi, né loro, né nessuno di quelli in piazza ieri e in futuro, può governare la protesta, può imbrigliare la furia di chi tutti i giorni, è costretto a vivere sotto l’egida dello Stato, della Legge, della Giustizia. Costoro, i cosiddetti pacifisti, socialdemocratici, riformisti, non potranno far altro che ricalcare metodi e sistemi di coloro che dicono di contestare: organizzazioni verticistiche e specialistiche, delega, rappresentanza, controllo, censura, repressione. Potere contro il potere. Spariscano. Oppure si rassegnino ad organizzare viaggi per turisti alternativo-antagonisti annoiati, magari per destinazioni esotiche e lontane, che non li tocchino così da vicino nella vita quotidiana.


Alcune note critiche generali e in astratto: il pericolo di queste manifestazioni è che anche i più determinati e sinceri si adagino sul fatto che solo in queste occasioni ci si possa esprimere, cioè solo quando ci sono situazioni di massa, quando la soddisfazione di agire è condivisa da molti, magari quando le proprie azioni hanno diffusione mediatica: il pericolo quindi, sono la rinuncia alla progettualità e l’autocompiacimento.

Ciò che è invece materialmente pericolosissimo è la diffusione di telecamere, video e macchine fotografiche dovunque, anche nelle ‘proprie’ file. Lo strumento maggiormente utilizzato dalla repressione per il controllo, l’identificazione e la repressione degli individui. Bisogna eliminare, innanzitutto tra di noi, questa pratica, questa abitudine stupida ed inutile di filmare e fotografare. La rappresentazione, lo spettacolo della realtà non può far altro che sviare le nostre azioni.


El Paso, domenica 22 luglio 2001


 

Algunas de nuestras reflexiones sobres las jornadas de Génova.

Los comentarios en caliente sobre los acontecimientos llevan (sobre todo, como es obvio, por parte de la prensa institucional), las 'acusaciones' de l@s jef@s de las organizaciones presentes en Génova que hablan, casi unánimemente, de provocador@s confabulad@s con la policía (incluso filmad@s o fotografiad@s), o, en el menor de los casos, de gamberr@s dejad@s libres de actuar que habrían hecho de todas formas el juego a la policía dándole ocasión de atacar al grueso de la manifestación pacífica.


La primera observación que se puede hacer es que estas acusaciones se repiten metódicamente desde hace 25 años cada vez que una manifestación de calle escapa del control de sus presuntos organizadores políticos. A sentir de éstos, siempre hay cabezas calientes, compañer@s que se equivocan, personas que caen en las provocaciones (fascista o policiales), o bien, en los casos más llamativos, infiltrad@s. Esta es la única justificación de quien trata de gestionar e instrumentalizar la voluntad de protesta de millares de personas sobre asuntos que tocan todo y a tod@s, de modo directo e indirecto.
Hay miles de motivos para protestar: una reunión de poderosos, los más poderosos de Occidente, protegidos por miles de hombres armados hasta los dientes, los mismos hombres que en primera instancia, todos los días, por todas partes, aplican las decisiones de los poderosos.
El G8 no es nada. Nada se decide allá. Pero es un símbolo. Y simbólicamente hubo quien quiso protestar contra el. En modos y términos diversos.


Y en este hace falta entenderse sobre los términos.
Protestar democráticamente (que en la acepción de l@s llamad@s organizador@ y exponentes de la 'sociedad civil' significa sin ofender, sin hacer daño, sin defenderse), también significa darse cuenta, como justamente han remarcado los propios poderosos además de sus portavoces, que estos poderosos representan naciones en las que impera la democracia y que ellos mismos han sido democráticamente elegidos por la mayoría de l@s electores, y que por tanto representan a todo@s aquell@s que aceptan, votando y aceptando los términos de la gestión democrática, ser gobernad@s por esta o por aquella formación política. Es un sistema que no deja espacios: o se acepta, o bien no.
En este sentido aquell@s que pensaban protestar democráticamente, prácticamente manifestaban sólo el desacuerdo de una minoría institucional por las decisiones del gobierno que ell@s mism@s han legitimado votando. En resumidas cuentas: aunque hubieran sido un millón de personas, habrían sido considerad@s democráticamente una minoría. L@s electores han decidido otra cosa, han votado a otr@s y l@s elector@s democráticamente deciden por tod@s. Varios millones de personas han elegido a estos poderosos. Que l@s otr@s sigan probando. Rasca rasca, que a lo mejor una vez te toca a ti mandar.


¿Para que sirve una manifestación de una minoría? Para desahogarse, para hacer ver que no se está de acuerdo, para tratar de hacer presión sobre nuestros gobernantes para que tomen decisiones más justas… tal vez porque deberían hacerlo. Pero cuando luego uno se encuentra en la calle, a lo mejor por segunda, tercera, décima , centésima vez, después de años de soportar las altas decisiones, limitaciones, opresiones, injusticias, represiones, violencia, sucede otra cosa. Sucede que se recuerda la rabia de cuando se soportan las ostias, de cómo es imposible gestionar la propia vida porque en todos sus aspectos somos limitad@s y reprimid@s por un sistema que ha fabricado las vías predefinidas de las cuales es imposible escapar. Sucede que se da cuenta de cómo no es ni siquiera posible entender quien es el responsable de lo que nos ocurre. No es responsable nuestro empresario si no estuviese él no se comería -, no lo es quien nos hace pagar los impuestos (más aún, ahora los extraen directamente de los sueldos, así parece más indoloro), no lo es quien nos pone multas, en el fondo hace solo su trabajo, no lo es quien nos enseña desde que somos pequeñ@s como comportarse del modo común en que debe ser, si después hay quien no lo hace, paciencia y a soportar -, no lo es quien nos gobierna, en el fondo es la expresión de la mayoría de nosotr@s -, no lo es quien nos apalea y nos detiene, alguien debe incluso hacerlo, y luego no está con la fuerza que se hace valer las razones de quien está "abajo"…
Así cuando en la vida de todos los días nos damos cuenta que las cosas no van, nadie es nunca culpable, nadie es responsable, tod@s tienen una justificación y no se puede hacer nada, más que rogar, votar y pedir alguna migaja más (algún dinero más, una casita…).
Por las grandes cuestiones colectivas no hay responsables: contaminación, hambre, enfermedades, guerras, etc., no encuentran nunca responsables. Y solo queda apretar los puños, impotentes.
Hay quien ha bajado a la calle con estos sentimientos ya racionalizados desde hace tiempo, quien los ha sentido emerger durante las horas en la calle. Y much@s, much@s, han desahogado la propia rabia, han explotado, comprendiendo como, en estas manifestaciones, no hay nada más que hacer que entregarse a una mera excursión. Much@s, much@s, han expresado destructivamente la propia rabia y la propia furia contra un sistema que, este si, es un bloque negro, un bloque que no deja espacio a ningún otro método, menos el de la autodeterminación de la propia vida. Todo ser en una jaula, antes o después, se rebela, por muy ancha y confortable que sea la jaula.


Después podemos también decir que la policía habría cargado de todos modos, que ha cargado contra quien no había hecho nada, que l@s otr@s no esperaron, que les gusta golpear, que el clima era de todos modos de intimidación, pero el hecho es que no había otro modo sensato de enfrentarse a 8 poderos@s que deciden por tod@s y que se rodean de millares de hombres armad@s.
Y quien ha visto la violencia endémica de la manifestación institucional, de sus bloques, de la muralla, de los uniformes, todavía antes que la violencia directa, sabe que la responsabilidad es del Estado y de sus protector@s, en vez de l@s provocador@s. Su misma existencia es una provocación, una amenaza.


Cuando se protesta contra quien gobierna el mundo, no puede haber medias medidas. El sistema quiere que alguno (o algun@s) gobiernen a tod@s, y el individuo nada puede. Y en estos días miles de individuos, no es cierto que solo algun@s anarquistas (ya que nos interesa todo menos llevarnos el gato al agua), se han expresado, han vivido sin mediaciones la propia rabia.
Sepan, l@s 'organizador@s', l@s mediador@s, l@s politicastr@s institucionales o menos, que nadie, ni nosotr@s, ni ell@s, ni nadie de l@s que bajaron a la calle ayer o en el futuro, puede gobernar la protesta, puede frenar la furia de quien todos los días, es obligado a vivir bajo los auspicios del Estado, de la Ley, de la Justicia. Ésos, l@s así llamad@s pacifistas, socialdemócratas, reformistas, no podrán hacer más que seguir calcar métodos y sistemas de los que dicen rechazar: organizaciones verticalizadas y especializadas, delegación, representación, control, censura, represión. Poder contra el poder. Desaparezcan. O bien se resignen a organizar viajes para turistas alternativo-antagonistas aburrid@s, a lo mejor a destinos exóticos y lejanos, que no les toquen tan de cerca en la vida cotidiana.


Algunas notas críticas generales y en abstracto: el peligro de estas manifestaciones es que incluso l@s más determinad@s y sincer@s se acomoden al hecho de que solo en estas ocasiones se puede expresar, es decir, solo cuando hay situaciones de masa, cuando la satisfacción de actuar es compartida por much@s, a lo mejor cuando las propias acciones tienen difusión mediática: el peligro por tanto, es la renuncia a la proyectualidad, y la autocomplacencia.
Lo que es en cambio materialmente peligrosísimo es la difusión de telecámaras, videos y máquinas fotográficas por doquier, también en las "propias" filas. El instrumiento mayormente utilizado por la represión para el control, la identificación y la represión de los individuos. Hace falta eliminar, ante todo entre nosotr@s, esta práctica, esta costumbre estúpida e inútil de filmar y fotografiar. La representación, el espectáculo de la realidad no puede hacer más que desviar nuestras acciones.


El Paso, domingo 22 de Julio 2001


 

Some of our reflections on the days in Genoa .

The heated comments about the events report (above all, obviously coming from the institutional press) the accusations from the heads of the organizations present in Genoa that speak, almost unanimously, of provocateurs in combat with the police (thoroughly filmed and photographed), or, in a minority of cases, of hooligans let loose to agitate, who played games with the police giving them an opportunity to attack the bulk of the peaceful demonstration.


The first observation that one can make is that these accusations have been methodically repeated for 25 years every time a street demonstration escapes the control of its presumed political organizers. To hear that there are always hot heads, comrades that blunder, people that 'fall into provocations' (fascists or police), or, in the most scandalous cases, infiltrators.
This is the only justification of those who try to manage and use the wills of the protest of thousands of people in arguments that touch everyone, in direct and indirect ways.
There are thousands of motives for protesting: a meeting of powers, the most powerful in the West, protected by thousands of men fully armed, the same men that in the first instance, everyday, everywhere, apply the decisions of the powerful.
The G8 is nothing.
Nothing is decided there.
But it is a symbol. And symbolically there were those who wanted to protest against them. In diverse ways and terms.


And at this point it is necessary to understand its terms. To contest democratically (in the accepted meaning of the so called organizers and exponents of 'civil society', this means without offending, without doing damage, without defending oneself) also means to understand--just as those same powers have remarked through their spokespeople--that these powers represent nations in which democracy reigns, that they have been democratically elected, and that they therefore represent all those that accept voting and accept the terms of democratic management, being governed from this and from that ordering politics. It is a system that doesn't leave gray areas: one accepts it or not. In this sense, those who thought of protesting democratically were practically demonstrating only the disappointment of an institutional minority about the decisions of the government that they themselves have legitimized by voting. We understand: even if there were a million people, they would have been democratically considered a minority. The electorate has decided otherwise, they have voted for others, and those elected democratically decide for everyone. Diverse millions of people have elected these powerful. The others continue to try. Scratch scratch maybe one time it'll be your turn to command. What is the use of a demonstration of a minority? To let off steam, to show that we do not agree, to try to put pressure on our governors to make more just decisions... maybe because we must do it. But when we are in the streets, even for the second, the third, the hundredth time, after years of bearing limitations, oppressions, injustices, repression, violence, that are imposed by decisions on high, something else happens. It happens that we remember the anger of when we suffer wrongs, how it is impossible to manage one's own life because in each of its aspects we are limited and repressed by a system that has fabricated predefined platforms from which is impossible to escape. We understand how it may not even be possible to know who is responsible for that which befalls us. Our employers are not responsible--if it wasn't for them we wouldn't eat; it's not those who make us pay taxes (now they take them directly out of the stipends, that way it is less painful); it is not he who fines us, in the end he's just doing his job; it isn't he who teaches us how to behave from the time we're children--we should have common customs--and afterwards if there are those who don't do these things, patience and endurance; it is not he who governs us, in the end they merely act as the expression of the majority of us; it is not he who beats and arrests us--someone has to do it--and then it is not with force that the divisions that keep some 'below' are created....
In this way, when in everyday life we understand that things don't work, no one is ever at fault, no one is responsible, they all have a justification, and it is not possible to do anything, if you don't beg, vote and ask for a few more crumbs (for some more money...). For the great collective questions, there are not responsible ones: pollution, hunger, disease, wars, we no longer find those who are responsible. And we are left there to wring our hands, impotent.
There is she who has come down to the street with these feelings long since rationalized, who has felt them emerge during hours in the street. And so many have vented their anger, have exploded, understanding how, in these demonstrations, we have nothing else to do that doesn't bring you to a mere picnic. So many have destructively expressed their very anger and fury against a system which, indeed, is a black block, a block that doesn't leave space for any other method, much less that of the self-determination of life.
Every imprisoned being, eventually, rebels, no matter how long and comfortable her cage may be.
Then we can also say that the police would have charged people regardless, that they have charged those who did nothing, that they didn't expect anything else, that they like to beat, that the atmosphere was in any case that of intimidation, but the fact is there was no other sensible way to behave when faced with 8 powers that decide for everyone and that surround us with thousands of armed men. And he who has seen the endemic violence of the institutional demonstration, of its blocks, of walls, of divisions, even before direct violence, knows that the responsibility is that of the State and its protectors, independent of provocateurs.
Their very existence is a provocation, a menace.


When we protest against those who govern the world, we cannot use measured means. The system wants someone (or some people) to govern everyone, and the individual can do nothing. And in these days thousands of individuals, not only some anarchists (now that everything interests us except riding the tiger), have expressed and have lived their own anger without mediations. They know--the organizers, the mediators, the institutional politicians--that no one, neither us, nor them, nor anyone in the streets yesterday or in the future, can govern protest, can restrain the fury of those who are constrained every day to live under the aegis of the State, of laws, of justice.
They--the so called pacifists, social democrats, and reformists--cannot do anything but retrace the systems and methods of those that they say they are contesting: hierarchical and specialist organizations, delegation, representation, control, censure, repression. Power against power.
They disappear.
Or they resign themselves to organize trips for bored alternative-antagonistic tourists, even to exotic and far destinations, that don't touch them closely in their daily lives.


Some general and abstract critical notes: the danger of these demonstrations is that even the most determined and sincere subside when it is only on these occasions that one can express oneself, that is, only when there are mass situations, when the satisfaction of agitating is shared by many, and when these actions are disseminated by the media: the dangers therefore are the renunciation of projectuality and self satisfaction. On the contrary, that which is materially extremely dangerous is the spreading of film, video and photographic cameras everywhere, even in our own ranks. The instrument most useful by repression for control is the identification and repression of individuals. It is necessary to eliminate first of all amongst us, this practice, this stupid and useless habit of filming and photographing. Representation, the spectacle of reality cannot do other than deviate our actions.


El Paso, Sunday July 22, 2001

 

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GENOVA E' DAPPERTUTTO

Ormai è un dato di fatto. Il mondo è sul punto di venir trasformato in un unico, enorme ipermercato. Da San Francisco a Calcutta, da Rio de Janeiro a Mosca, ci metteremo tutti in coda per consumare le stesse identiche merci dagli innaturali colori sgargianti. Ciò che per molti costituisce un’autentica ricchezza da salvaguardare l’autonomia e la diversità potrebbe essere spazzato via per sempre dall’imposizione planetaria di una politica economica e dal sistema sociale conseguente. Quando ci viene messa davanti una sola possibilità mentre ci viene impedita con la forza ogni altra alternativa, non si può parlare di libertà di scelta di fronte ad un’offerta. Ma solo di obbedienza alla coercizione. La produzione seriale dei nostri giorni sulla terra (con tutti i loro piaceri, i sapori, le sfumature), con la sua imposizione di un unico modello di vita a cui conformarsi, è il baratro totalitario che molti vedono aprirsi davanti a sé.
In sintesi. Neoliberismo è il nome dato alla particolare politica economica che stanno applicando i Signori della Terra. Globalizzazione è il nome dato al processo di unificazione omologante che essa comporta.
Negli ultimi mesi contro il neoliberismo e la globalizzazione sono scese in piazza centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo. In occasione degli incontri fra leader politici ed economici degli Stati più potenti (a Seattle, Davos, Washington D.C., Melbourne, Praga, Goteborg …) sono state organizzate manifestazioni di protesta che hanno richiamato l’attenzione di tutti i mass media. Il prossimo appuntamento è previsto a Genova a fine luglio, in concomitanza con il vertice del G8.
Ma se due anni fa questo movimento di protesta poteva chiudere un occhio su alcune contraddizioni presenti al proprio interno per non frenare il suo slancio iniziale, oggi una riflessione sul suo significato ci sembra stia diventando sempre più urgente e improrogabile.


Il neoliberismo sostiene una sorta di capitalismo senza frontiere. Le multinazionali più forti (per lo più a capitale statunitense) riescono così ad imporre i propri interessi anche quando questi vanno contro il “bene nazionale” dei piccoli Stati. Intollerabile, vero? Ma contro cosa si battono gli oppositori al neoliberismo? Contro il capitalismo in sé oppure contro il suo essere senza frontiere? A rigor di logica i più estremisti dovrebbero rispondere “contro il capitalismo”, mentre i meno estremisti “contro il capitalismo senza frontiere”. I primi in quanto nemici di un mondo fondato sul profitto chiunque sia ad intascarne gli utili e quali che siano i confini entro cui avviene lo sfruttamento , i secondi in quanto nemici di un mondo fondato sul profitto (della classe dirigente) dei paesi più ricchi a scapito del profitto (della classe dirigente) dei paesi più poveri. Ma chi attua una mera protesta contro l’espansione planetaria senza limiti del capitalismo, contro la sua mancanza di rispetto per le frontiere, si rivela sostanzialmente favorevole ad una forma di capitalismo locale, seppur idealmente controllata dal basso. All’interno del movimento contro il neoliberismo e la globalizzazione convivono dunque due anime, che per comodità di linguaggio abbiamo distinto in “più estremista” che vuole l’eliminazione del capitalismo e che si dichiara contro ogni governo e contro i suoi rappresentanti a cui non ha nulla da chiedere e in “meno estremista” che sostiene o quanto meno finisce con l’accettare la necessità di un capitalismo dal volto umano, limitato e regolato da un governo democratico, e che intende spiegare le proprie ragioni agli attuali governanti.
Una differenza non da poco.
Ma allora, come e perché si è giunti a trovare un accordo? Per convenienza, soprattutto. Le alleanze si stringono sempre per acquisire forza. Tuttavia, sarebbe follia credere che in un’alleanza le parti in gioco si trovino tutte sullo stesso piano. Ce n’è sempre una più forte e una più debole. E naturalmente è la più forte a dettare le condizioni di un’alleanza, a decretarne le parole d’ordine, a deciderne le mosse, a ricavarne i maggiori vantaggi e se sufficientemente abile a far ricadere su quella più debole gli eventuali svantaggi. Alla parte più debole di questa unione, se vuole “fare qualcosa”, non resta che adeguarsi.
Ebbene, la momentanea alleanza delle due anime presenti nel movimento è determinata dalla scelta di un nemico comune: il neoliberismo. Di fronte allo strapotere della parte avversa, si dice, le differenze devono passare in secondo piano: “Prima fermiamo la globalizzazione, poi vedremo il che fare”. La condizione posta sarebbe anche comprensibile, se venisse rispettata reciprocamente. Ma come stanno veramente le cose? Forse che da questa Santa Alleanza entrambe le componenti ne stanno beneficiando allo stesso modo? Forse che le differenze esistenti vengono espresse alla stessa maniera e avranno le stesse possibilità?
Qual è allora il nemico dichiarato del movimento antiglobalizzazione, il Capitalismo in quanto tale o il Neoliberismo?
E quando ci si presenta ai vertici delle superpotenze convinti di “fare pressione” sui Signori della Terra, a quali esigenze di parte si risponde?
In diverse manifestazioni antiglobalizzazione si sono verificati violenti scontri con le forze dell’ordine. È questo l’aspetto che ha costretto i mass media a prestare più attenzione alle contestazioni. Ecco l’utilità dell’alleanza dirà qualcuno dei più estremisti. In fin dei conti, se non fosse stato per le migliaia di altri manifestanti meno estremisti la cui sola presenza è servita ad ostacolare le manovre della polizia, questi scontri non avrebbero avuto un esito tanto favorevole per i dimostranti. Ma anche i meno estremisti sono soddisfatti che gli scontri ci siano stati. In fin dei conti, se non fosse stato per le migliaia di altri manifestanti meno estremisti la cui sola presenza è servita ad ostacolare le manovre della polizia, questi scontri non avrebbero avuto un esito tanto favorevole per i dimostranti. Ma anche i meno estremisti sono soddisfatti che gli scontri ci siano stati. In fin dei conti, se non ci fosse la sbandierata “minaccia estremista” da scongiurare, i Signori della Terra non avrebbero motivo alcuno per ascoltarli. Quanto a quei manifestanti che usano gli scontri con la polizia per essere riconosciuti come interlocutori dai Signori della Terra, è evidente che pur tenendo il piede in due staffe (“non siamo violenti, ma ci scontriamo con la polizia”, “diamo consigli a ministri o sediamo in consiglio comunale, ma siamo antagonisti”) essi appartengono di diritto e di fatto ai meno estremisti contestatori del neoliberismo, avendone gli stessi obiettivi e differenziandosi in qualche caso solo per i mezzi con cui li perseguono. Ora, scontrarsi con la polizia non è il primo obiettivo dei più estremisti, mentre venir ascoltati dai Signori della Terra è l’obiettivo primario dei meno estremisti. Paradossalmente, chi ha più motivo per esultare dei disordini avvenuti finora? In altre parole, a chi sta giovando maggiormente questa strana coalizione antineoliberista, ai più estremisti alla Black Block o ai meno estremisti alla Monde Diplomatique?


Piccolo inciso. Che i mass media abbiano ribattezzato questo movimento con il nome di “popolo di Seattle” non è strano. Sperare di trovare un grammo di intelligenza nella testa di un giornalista è impresa ardua quanto trovare acqua nel deserto. Ma non si capisce perché questa definizione idiota venga ripresa anche da gran parte del movimento stesso. È inutile, il sogno americano incanta anche i suoi sedicenti oppositori, quelli che da un lato dichiarano di rifiutare di vivere “all’americana”, e dall’altro accettano di protestare “all’americana”. Così, se gli amici del neoliberismo guardano a Washington, i suoi nemici guardano a Seattle. Poco importa, dopo tutto è solo una questione di chilometri, purché gli occhi di tutti siano rivolti verso gli U.S.A. In barba alla tanto decantata Autonomia.


Autonomia vorrebbe che ognuno fosse piuttosto libero di scegliere cosa, come, dove, quando, con chi agire. Invece il “popolo di Seattle”, come tutti i Popoli, è affetto da una tara politica. Al suo interno brulicano aspiranti sindaci, aspiranti assessori, aspiranti consiglieri, via via fino ad aspiranti questori. Naturalmente stiamo parlando di quelli che intendono farsi eleggere legittimi rappresentanti del “popolo di Seattle” per essere invitati dai Signori della Terra a sedersi con loro ad un prossimo tavolo delle trattative, dopo essersi seduti al tavolo col capo della polizia. In fondo tutto ciò è più che comprensibile. Meno comprensibile è che gli altri si prestino a questo ignobile gioco, e si lascino trattare come cittadini a cui viene richiesto di non disturbare la quiete pubblica.
Da mesi stiamo assistendo a un penoso spettacolo. I Signori della Terra si incontrano nei più svariati angoli del mondo per formalizzare decisioni prese altrove. I loro oppositori li seguono come cagnolini in cerca di attenzione: si mettono a due zampe, abbaiano, ringhiano, talvolta mordono persino i lembi dei pantaloni di chi li comanda.
Ora è più chiaro. Se agli autentici cittadini del “popolo di Seattle” non c’è proprio nulla da dire, agli altri ai senza patria, ai disertori da qualsivoglia cittadinanza vorremmo rivolgere qualche osservazione. A Goteborg la polizia ha fatto fuoco, ferendo un dimostrante che stava scagliando pietre. Il governo italiano ha già fatto sapere di essere interessato ad ascoltare i contestatori meno facinorosi, a patto che vengano isolati quelli più restii al dialogo. Ciò significa una cosa sola: vedendo ormai raggiunto il loro primo traguardo l’agognato riconoscimento istituzionale presto gli oppositori meno estremisti non avranno più interesse a continuare a marciare al fianco dei più estremisti, i quali finora sono stati utili, hanno contribuito a tenere alta quella tensione che costituiva per i primi un’ottima pubblicità, ma d’ora in avanti gli sarebbero solo d’impaccio. Appena verranno ammessi al cospetto dei Signori della Terra, a che gli servirà continuare con certi mezzi? E a quel punto, che cosa succederà? Chi ha partecipato a questo movimento mosso dall’odio per il capitalismo, si è battuto contro i suoi cani da guardia, infrangendo vetrine e distruggendo macchine, deciso ad attaccare questo mondo che va distrutto da cima a fondo. Ma quanto hanno scelto il luogo e il momento in cui sferrare l’attacco? Sono i Padroni della Terra ad averli scelti. Loro hanno scelto il campo di battaglia, Loro hanno scelto il giorno e le modalità dello scontro. Finora la maggior parte degli oppositori si è comportata come la polizia si aspettava che si comportasse. Adesso questo gioco sta per finire. La polizia è ormai pronta e anche legittimata a sparare alle spalle.
Da politicanti, i portatori di tuta, bianca o rossa che sia, hanno tutto l’interesse a centralizzare il movimento di opposizione al neoliberismo.
Da sovversivi, noi abbiamo tutto l’interesse ad espandere e non a “globalizzare” il movimento di lotta contro il capitalismo. La polizia ci aspetta a Genova a fine luglio per picchiarci, fotografarci, filmarci, arrestarci, forse spararci. E invece noi potremmo essere ovunque in qualsiasi momento. Le saracinesche dei McDonalds e delle banche di Genova durante i giorni del vertice saranno blindate. Le multinazionali, gli ipermercati e le banche del resto del mondo sono a nostra disposizione, in qualsiasi momento. E questo non sarebbe che l’inizio giacché non appena smetteremo di seguire le scadenze che altri fissano per noi, saremo finalmente liberi di scegliere quando, dove, come e chi colpire.
Se decidiamo noi, saremo imprevedibili. Perderemo degli alleati, ma troveremo dei compagni di strada.


alcuni Nessuno che non vogliono rappresentare né essere rappresentati da Qualcuno

 

 

RELAZIONI PERICOLOSE

Periodicamente accade di dover segnalare delle pratiche repressive già note, ma sulle quali si rischia, col passar del tempo, di farsi sorprendere con la guardia abbassata. Senza voler alimentare forme eccessive di paranoia o prudenza che già non siano ben radicate e motivate, dobbiamo battere il chiodo sulle forme di controllo e di repressione, anzi, su un loro aspetto particolare ed endemico; se ormai non ci sorprendono più le cimici in casa, la registrazione delle telefonate, le fotografie, con le microcamere installate davanti alle nostre case e luoghi, i pedinamenti, questo del contatto diretto e della delazione è un metodo di ‘recente’ applicazione, che molti forse si trovano ad affrontare per la prima volta. I fatti sono avvenuti, con modalità diverse, in numerose città, e riguardano sia la Polizia che i Carabinieri: diversi anarchici, soprattutto persone giovani, interessate a varie attività ma non schedate poliziescamente come ‘partecipanti o militanti di vecchia data’ vengono convocate (questura o caserma) con inviti vaghi o informali (in un caso anche diretti e ufficiosi); costoro si ritrovano in tali luoghi e si rendono conto che in realtà non ci si trova a dire nulla in particolare ma semplicemente a parlare. Succede semplicemente che le forze dell’ordine cercano di capire un po’ con chi hanno a che fare: tastano il polso alle persone, realizzano chi è più portato a parlare (ma anche a indignarsi, a protestare, a fare scena muta) e chi no. Anche dal diniego verso alcune domande ricavano informazioni utili sui legami personali (dati che possono utilizzare un domani per creare dal nulla fantomatiche costruzioni giudiziarie come l’inchiesta / processo Marini), sui contrasti, sulle frequentazioni, valutano se piazzando una cimice da questo piuttosto che da quell’altro otterrebbero più informazioni… Naturalmente è una buona occasione per intimidire, per spaventare. Comunque anche solo dal fatto che alcuni abbiano seguito l’invito (non obbligatorio in alcun caso, da quanto ne sappiamo) di presentarsi, gli sbirri hanno tratto utili informazioni. Ad esempio che c’è chi si ritrova sprovvisto delle più elementari nozioni utili ad affrontare la situazione anche dal punto di vista legale, non avendone evidentemente parlato coi propri amici o compagni (che avrebbero probabilmente fornito altre indicazioni) o avendolo fatto solo dopo averne parlato con l’avvocato (che fornisce esclusivamente pareri tecnici, che vanno però inevitabilmente elaborati con la propria testa anche nel caso dei cosiddetti “avvocati di movimento”). Cerchiamo di capirci bene: non ci sono state ‘proposte dirette’ di delazioni, ma il senso dell’operazione è questo: la delazione, soprattutto indiretta, verificare le possibilità di collaborazione e raccogliere informazioni tese anche solo a schedare a 360° le persone. A conoscere l’altrui giro d’amicizie e inimicizie, a capire con chi si è legati e con chi si è in disaccordo. Magari se ne approfitta per seminare un po’ zizzania, per diffondere false notizie (magari proprio su altri che sono andati lì ed hanno ‘parlato’), per legittimare falsità nei verbali di altre indagini riguardanti altre persone (come hanno fatto negli ultimi anni, certi del fatto che vi è chi considera indiscutibili eventi e parole descritte nei verbali e nelle intercettazioni). Niente di ufficiale e magari di legale per le varie polizie, ma d’altronde nessuno è stato costretto ad andare da costoro, e tutte le informazioni sono sempre utilizzabili e per scopi di vario calibro. A Torino invece c’è stato un contatto diretto e una richiesta diretta di informazioni (banali), motivate con un possibile scambio di favori riguardo ad una testimonianza di un processo: contatto diretto senza frutto, naturalmente. Di fronte a fatti del genere ci teniamo a riproporre alcuni indispensabili indicazioni: - Non si è praticamente MAI obbligati a recarsi in Questura o caserma, a meno che non lo stiano facendo loro di forza. - La prima cosa da fare è parlare SUBITO coi propri affini prima ancora che con gli avvocati. Nel caso in cui, si decida di presentarsi alla convocazione ci si va con l’avvocato. - Non esistono questioni private o personali con alcun tipo di polizie: telefonate, inviti a voce o peggio ancora rapporti personali (“a tu per tu”): ogni volta che uno sbirro dice ‘se fosse per me’ o ‘io la penso come te’, o anche solo che parla del più e del meno, sta applicando una tecnica vecchia e banale che mira solo a stabilire un contatto. Costoro mentono per mestiere, per soldi. Non ci possono essere contatti sani di nessun tipo con costoro: è tutto buono per loro ed è tutto a vostro (e altrui) pericolo. Insomma, non esistono sbirri buoni o che ti fanno favori (o che agiscono neutralmente). E, ricordiamo, anche parlare con i giornalisti può sortire effetti deleteri e incontrollabili. Smascherare queste porcate è utile e necessario così come contrastare le più brutali e usuali forme di repressione.

ANARCHICI CONTRO LA REPRESSIONE

10 Aprile 2001



 
NON ESISTONO CATASTROFI NATURALI

Oltre venti morti, una decina di dispersi, quarantamila sfollati. Fino ad ora. E migliaia di miliardi di danni. Come se a precipitare sulle nostre teste non fossero state gocce di pioggia, ma bombe. Come se a devastare le nostre case non fosse stata un’alluvione, ma una guerra. In effetti, così è stato. Solo che il nemico che ci ha colpito così duramente non è stato il fiume o la montagna. Questi non sono stati affatto strumenti della vendetta di una natura che siamo abituati a considerare ostile. La guerra in corso ormai da secoli non è quella tra umanità e ambiente naturale, come in molti vorrebbero farci credere per assicurarsi la nostra disciplina. Il nostro nemico siamo noi stessi. Noi siamo la guerra. L’umanità è la guerra. La natura è solo il suo principale campo di battaglia. Noi abbiamo causato queste forti precipitazioni, trasformando il clima atmosferico con la nostra attività industriale. Noi abbiamo rotto gli argini dei fiumi, cementificando il loro letto e disboscando le loro rive. Noi abbiamo fatto crollare i ponti, costruendoli con materiali di scarto scelti per vincere gli appalti. Noi abbiamo spazzato via interi borghi, edificando case in zone a rischio. Noi abbiamo allevato gli sciacalli, mirando al profitto in ogni circostanza. Noi abbiamo trascurato di prendere misure precauzionali contro simili eventi, preoccupati solo di aprire nuovi stadi, nuovi centri commerciali, nuove linee ferroviarie e metropolitane. Noi abbiamo permesso che tutto ciò avvenisse e si ripetesse, delegando ad altri le decisioni che invece riguardano la nostra vita. Ed ora, dopo che abbiamo devastato l’intero pianeta per spostarci più velocemente, per mangiare più velocemente, per lavorare più velocemente, per guadagnare più velocemente, per guardare la televisione più velocemente, per vivere più velocemente, osiamo pure lamentarci quando scopriamo che moriamo anche più velocemente? Non esistono catastrofi naturali, esistono solo catastrofi sociali. Se non vogliamo continuare a rimanere vittime di terremoti imprevisti, di inondazioni eccezionali, di virus sconosciuti o quant’altro, non ci rimane che agire contro il nostro autentico nemico: il nostro modo di vita, i nostri valori, le nostre abitudini, la nostra cultura, la nostra indifferenza. Non è alla natura che occorre urgentemente dichiarare guerra, ma a questa società e a tutte le sue istituzioni. Se non siamo capaci di inventare un’altra esistenza e di batterci per realizzarla, prepariamoci a morire in quella che altri ci hanno destinato e imposto. E a morire in silenzio, così come abbiamo sempre vissuto.

Antiautoritarianonimi

18 ottobre 2000


 
LASCIA O RADDOPPIA: QUANDO IL GIOCO SI FA DURO

A Torino il clima è pesante ultimamente. A fine gennaio Silvano viene condannato a quasi 7 anni di carcere per ass. eversiva (più altro) in concorso con ignoti; Sole e Edo vengono scagionati. Alle proteste del pubblico gli sbirri caricano fuori dal tribunale e pestano duro. Dopo un mese (fine febbr.), relativamente a quella giornata, arrestano quattro persone (su sei) per aggressione e furto di telecamera. Le vanno a prendere a casa, tre delle quali occupate e perquisiscono tutto.

Quel che succede dopo è prevedibile: presidi in centro, serate danzanti (le due settimane dopo). I quattro restano dentro. Tramite l'avvocato inviano il 2 marzo dal pc di Radio Black Out un e-mail pubblica in cui chiedono: "chi sa qualcosa della telecamera vada dal nostro avvocato". Sabato 11 alcuni squatters indicono una conferenza stampa alla libreria Comunardi di Torino. Domenica 12 uno degli arrestati scrivendo precisa a titolo personale che il messaggio del 2 non è da ritenersi un invito alla delazione. Conoscendo la persona, già lo immaginavamo, ma quello è e resta un invito alla delazione (perdipiù assolutamente ininfluente rispetto alla possibilità di uscire di galera).

Le valutazioni di tutto ciò sono molteplici e riguardano vari livelli. Intanto va detto che secondo noi il clima a Torino non è pesante per gli occupanti di case o per gli 'antagonisti': il clima è peso per tutti, per ultras e casalinghe, per immigrati e lavoratori, per criminali e giovinotti. E non è pesante solo a Torino: si appesantisce in molte città, forse in tutta Italia (Bologna, Milano, gli ecologisti, i CARC, e chissà quante altre cose non sappiamo), forse in tutta Europa.

Il pm Marini a Roma nel suo processo parla di reprimere i sovversivi preventivamente, anche in assenza di reati pratici: basta aver dimostrato col proprio atteggiamento l'ostilità verso le istituzioni democratiche.

Polizia e magistratura hanno deciso a tavolino di mostrare i muscoli e tastare un po' il polso alla situazione: il terreno per muoversi l'hanno trovato, molto più agevole di quanto presumevano, evidentemente: condannano uno a 7 anni dopo aver fatto due morti in carcere e dicono pure che ce ne sono altri rimasti ignoti (li stanno cercando, ovviamente). Chi dice qualcosa prende mazzate. Per fare quattro arresti invece di bloccare la gente per strada (nessun problema) fanno un'operazione militare. E oltre la consuetudine tengono la gente dentro due settimane.

Le reazioni a tutto ciò: si balla, all'università e nelle case, si fanno presidi goliardici, creativi, e come se non bastasse una conferenza stampa in una grande libreria invitando i giornalisti (ma non erano tutti merde? Ma non si diceva che averci a che fare era come parlare con gli sbirri? Non sono quelli contro cui tutti gridavano un paio d'anni fa ?). Chissà come si sentono i tre anarchici che saranno processati lunedì prossimo accusati di aver pestato il giornalista Genco e tutti quelli che col loro gesto hanno solidarizzato.

Si firmano manifesti di denuncia: siamo giovani ed innocenti, siamo pacifici, siamo vittime. Non c'è nulla di male in quel che facciamo. Non ci sono prove. Chi è dentro è sempre innocente. Sono i poliziotti i cattivi. Gli sbirri e i magistrati si staranno fregando le mani. Fanno quel che vogliono e per tutta risposta si balla e si scherza. E ci si tiene la rabbia dentro. Te la tieni e te la vai a smaltire per i cazzi tuoi.

E' un atteggiamento che si è andato consolidando dall'inizio della vicenda di Sole Edo e Silvano. Se c'è qualcosa da dire e da fare è solo quando ci attaccano, quando siamo vittime. Reazione, non azione. Meglio non parlare di questioni spinose, non approfondire. Che chi ha velleità sovversive se le coltivi per conto proprio. Così si spiegano iniziative incredibili come il messaggio degli arrestati. A Radio Black Out il messaggio passa (tra l'altro: ma perché si è voluto inviare questo msg proprio dalla radio? perché non da uno dei posti oppure da un service qualsiasi?) per venire poi smentito dalla redazione in toto che nulla sapeva.

Il problema è che ormai si gira in tondo mordendosi la coda. In assenza di progetti di liberazione, la capacità d'analisi viene meno, soprattutto nei momenti critici. Eppure c'erano i motivi per parlare prima di queste cose, anche in assenza di eventi repressivi, ma ai più sembravano lontani, ideologici, pesanti. Così si parla e ci si muove solo a caldo.

E così il presunto 'movimento' si accomoda con giornalisti che intervistano presunti leader che raccontano delle proprie disgrazie o coi politici cui viene offerto spazio di manovra (basta chiedere...). Tutti nuovamente legittimati. Questo è anche il risultato di discussioni (pesanti) mai volute affrontare fino in fondo, di sottintesi, malintesi e malafede. Anche malafede, sì, perché qualcuno gioca a fare il politicante.

E ci sembra che a Roma, per gli scontri del carnevale, si vedano le stesse cose, gli stessi meccanismi. In una situazione 'libera', di 'movimento', scoppiano scontri di cui si sentiva parlare comunque prima in maniera evidente. Qualche autorevole occupazione dà la linea, condanna i provocatori, parla di idioti, teppisti, drogati, addirittura di gente pagata dalla polizia, sul giornale vengono intervistati presunti leader, esponenti dei partiti (di 'movimento' anche questi?), si parla di collaborare con la polizia, di fornire filmati e foto per individuare i teppisti, si fanno anche dei nomi durante le assemblee. Una manifestazione pubblicizzata come senza organizzatori, almeno prima.

I politicanti passano sopra la testa di tutti: a Roma c'erano tante persone a scontrarsi con gli sbirri. C'erano persone di tanti posti diversi, quelli magari che da soli non usano far uscire documenti e fare conferenze. C'erano persone che non 'sono' di nessun posto. E così pure a Torino la retorica dei manifesti simpatico-vittimistici da anni copre dubbi, e contrarietà dei più che non firmano, non si aggregano, non sono 'squatters', anche se si indignano per noi, si incazzano come noi, anche se magari sentono più di noi del 'movimento' la necessità di andare oltre una piacevole sopravvivenza.

Soprattutto non si ragiona sugli eventi: il modulo di interpretazione è immutabile da tempo, a Roma come a Torino: da una parte ci sono quelli dei grossi CS, forse ammanicati, forse pagati, che lavorano tanto, che aggregano, o gli allegri ragazzi creativi e dadaisti degli squat, dall'altra i cani sciolti, violenti, quelli che addirittura alla Camera vengono indicati come 'quelli pericolosi', noti, sotto controllo. Ma la gran parte degli individui non ci sta proprio -giustamente- a ficcarsi e a farsi ficcare di qui o di là. E allora le cose peggiorano giorno dopo giorno: da Roma si evince che per alcuni ci potrebbero essere buoni motivi per collaborare con la polizia, a Torino per ora non si fa altro che lamentarsi e chiedere.

Se fossimo stati tra i (non) organizzatori di Roma magari ci saremmo picchiati con quelli che hanno sbracato (perché al carnevale si sono anche fatte cazzate, come sempre in tali casi), ma per noi non esiste nessun motivo al mondo per collaborare con polizia, giornalisti, magistrati o politicanti di qualsiasi genere. Se fossimo stati tra i partecipanti avremmo accolto con favore la proposta di non limitarci a ballare: ci siamo un po' rotti il cazzo di ballare, pare sia l'unica cosa che riesci a fare in ogni occasione, secondo alcuni. E non firmiamo automaticamente manifesti soprattutto quando ci sono solo slogan e banalità, non facciamo conferenze stampa.

Ma soprattutto non ci spacciamo per i rappresentanti di questa o quella situazione: perché non ci muoviamo solo perché ci toccano gli amici, perché non si possono vivere queste situazioni come 'le nostre', perché tanta gente si muove anche se non ci sono di mezzo amici o casette occupate o megacentri, e addirittura ci sono persone - non certo solo noi, per fortuna - che si muovono autonomamente e attaccano, anche se non ce lo fanno sapere tramite feste e manifesti.

Non cerchiamo l'accordo con nessuno, non crediamo nell'aggregazione di qualsiasi tipo, ma crediamo nel confronto tra persone che vogliono dare il giro a tutto, indipendentemente dal fatto che si ritengano aggredite. Basta l'insoddisfazione, secondo noi. E nessuno ha il monopolio dell'insoddisfazione.

L'attacco non è mai negativo. L'attacco può anche non essere piacevolissimo, lieve e indolore, di certo non sgravato da errori, visto che non sempre è frutto di un progetto organico, globale, collettivo, anzi. L'importante è non fossilizzarsi. Le strade se le vogliamo dobbiamo riprendercele, non richiederle. E chi ci mette in galera va attaccato, non denunciato alla pubblica opinione. Soprattutto, visto che non ci sentiamo dei padreterni, pensiamo che sia meglio per tutti noi (e sia anche peggio per la sbirraglia) stare zitti quando non si ha nulla di serio da proporre. Meglio il tizio qualsiasi che da solo sabota lavorando che parlare in massa coi giornalisti e dare linee precostitute oltreché inutili. Non ci sono innocenti, non ci sono colpevoli e non ci sono vittime.

EL PASO OCCUPATO

16 Marzo 2000
 



 
RIPORTIAMO QUI UNO SCRITTO DI ARTURO, INVIATO DALLA LATITANZA:
 

NON SONO MERCE DA TRIBUNALE

Siccome sono state rese pubbliche le imputazioni riguardanti le vicende di Brosso, l'avvocato che si occupa del mio caso mi chiede quale linea di difesa io intenda adottare.
La scelta di impedire l'infame opera di falsificazione e manipolazione compiuta dai giornalisti rientra nell'insieme di iniziative che si sono verificate in quel periodo.

Di conseguenza non considero separabili da tutto ciò neppure le vicende giudiziarie che ne sono derivate.

I professionisti del buonsenso e del vittimismo mi consigliano di puntare tutto sulla questione emotiva, sul dolore per la scomparsa di un amico, nella speranza che queste giustificazioni inteneriscano le decisioni dei giudici. Se abbassi la testa e ti mostri mansueto, la mano dell'inquisitore sarà più leggera.

I miei sentimenti non sono merce da tribunale, oggetto di speculazioni pietistiche, e non possono quindi essere utilizzati al fine di negare la lucidità e la determinazione con cui collettivamente sI sono cacciati dai funerali di baleno gli sciacalli dell'informazione. Io penso che la cosa migliore sia quella di potermi confrontare con gli altri imputati e tutti coloro che in quei giorni condivisero quelle lotte.

Non mi aspetto nulla di buono dalla "giustizia" e preferisco rilanciare.

A Brosso come pure in altre circostamze, si è dimostrato che tamite l'azione diretta è possibile difendersi dai falsari dell'informazione. Basta uscire dal ruolo passivo dello spettacolo che viene imposto. Senza perdere tempo a lamentarmi sul perchè questa volta sia toccata proprio a me, rilancio la questione a tutte le persone che a quei momenti hanno preso parte.

Avrei piacere che questa vicenda si potesse trasformare in un'occasione per agire, un'occasione di analisi e confronto per coloro che quel gesto lo hanno compreso e sostenuto. Creare un'occasione che dia anche a me la possibilità di partecipare, di rimanere in contatto con la realtà che vivevo.

La mia situazione è cambiata e mi ha naturalmente portato a fare più aprofondite riflessioni sui miei obiettivi e sulla mia concezione della rivolta.
Ho compreso finalmente cosa provano migliaia d'individui nelle mie stesse condizioni, ho compreso che bisogna sperimentare in prima persona.

Quando il regime democratico ancora tollerava certe mie libertà, non ero molto attento a ciò che accadeva agli individui più colpiti dalla repressione.Quando fu la volta di quelli a me più vicini, la mia sensibilità aumentò un poco, ma ho dovuto sbatterci il naso per capire quanto sia vitale la solidarietà, quanto sia importante per me continuare a cospirare.

                           

Ma con chi?

E' la mia lotta affine a quella di coloro che con i giornalisti hanno continuato a dialogare?

Sono le mie tensioni simili a quelle di coloro che dell'azione diretta approvano solo la versione "pubblica e colletiva"? Di coloro che,  utilizzando di fatto gli stessi criteri del potere, accomunano espressioni come "terroristi" e "clandestini"?

Sono i miei desideri uguali a quelli di chi, al termine della manifestazione del 4 aprile, si vantava di aver concluso il corteo in modo civile e senza incidenti?

Evidentemente mi rivolgo a quanti hanno scelto una rivolta senza limiti, a coloro che sanno ragionare anche con il cuore e non permettano che la propria partecipazione venga pilotata da logiche autoritarie, che queste provengano da squallide stanze del potere o, peggio ancora, da quelle ridipinte di una casa occupata.

Quanto ho finora esposto è un resoconto di alcune riflessioni che spero possano stimolare discussioni costruttive con chi, anche a distanza,  continua a sentire gli stessi miei desideri.

                                               ARTURO FAZIO

Inserita in rete il 9/1/99
 



 
 
-Lunedì 9 Novembre 1998- 
 


ALLARME BOMBE ANARCHICHE: CHE CI STANNO PREPARANDO I NOSTRI GOVERNANTI?

Da venerdì 6 novembre è scattato uno strano allarme a Milano; i media riferiscono di un'informativa dei servizi segreti (chi scrive civili, chi dice militari) secondo la quale non meglio identificati gruppi anarchici erano (sono?) in procinto di piazzare degli ordigni in luoghi quali stazioni della metro, dei bus, della ferrovia, eccetera. 

Ci parlano anche di informazioni che proverrebbero da infiltrati nell'ambiente (?!?). Così in questi ultimi giorni si son visti cc sguinzagliati un po' dappertutto nella città di Milano a scrutare in giro senza saper bene che fare. Per buona misura ne hanno aggiunti 120, d'amblé. La cosa viene spiegata dai vertici di polizia (apparsi infastiditi dalla 'fuga di notizie', forse per ciò stasera nessuno ne ha più parlato in tv) come un prosieguo dell'allarme causato dalla bomba di qualche settimana fa piazzata all'Intendenza di Finanza a Milano, mentre i giornali si allargano ricordando l'emergenza dei pacchi bomba di quest'estate. 

A tutto ciò, vi facciamo sapere noi, si aggiunge un'intensificazione dei controlli diretti e indiretti nonché qualche problema spiegabile solo in un modo nelle comunicazioni telefoniche... 

Secondo noi esiste la concreta possibilità che - anche all'ottimo riparo di un moderno governo di sinistra, invulnerabile a ogni eventuale accusa di stato di polizia - si stia per ripetere un'ondata repressiva stile "Marini II", con arresti in massa o perquisizioni. 

I sintomi ci sono tutti: intanto la palese falsità dell'emergenza. Se è vero che gli anarchici, al contrario di quanto vanno disperatamente sbraitando ad ogni pericolo delle belle anime, le bombe le mettono eccome, e se è vero che a metterle o a compiere simili azioni non sono solo loro, e addirittura non sono solo soggetti rivoluzionari (al palazzo delle tasse, potendo farlo senza tanti rischi, ci sarebbe la coda, per non parlare di tribunali, eccetera...), ebbene, stante tutto questo,
CHE NON SIANO I FEDELI SERVITORI DELLO STATO ITALIANO A RACCONTARCI ANCORA CHE LE BOMBE NELLE PIAZZE E TRA LA GENTE LE METTONO ALTRI CHE NON LORO. 

Loro, che hanno una bella e lunga tradizione di stragi assolutamente indiscriminate, che addirittura, negli ultimi anni, hanno coltivato allarmi veri e falsi solo per guadagnarsi la pagnotta. 

E la storia dell'infiltrato? Stanno istruendo un'altra Mojdeh Namsetchi? Quella gli è venuta proprio male, stando agli atti del processo istruito dal giudice Marini contro fantomatiche bande armate anarchiche. Glie ne serve un'altra? Vogliono sfruttare lo slancio emotivo di pacchi bomba? Vogliono riportare in carcere quella trentina di arrestati del sett. 96, usciti solo per un errore dei burocrati? 

Bè, se ne studino un'altra. Se nei prossimi giorni ci saranno casini di questo tipo, che sia ben chiaro fin da ora il giochetto. E se hanno veramente paura di eventuali bombe, anarchiche o meno, che si guardino i palazzi del potere, dello sfruttamento e della repressione, non le strade. Il terrore è cosa loro, non certo nostra. 

(come direbbe Frengo) STRONZI! 

El Paso occupato 
Né centro né sociale... né squat 


 

 
 
 

CLANDESTINO?

Dalla cronaca nazionale di Repubblica di martedì 25 agosto 

"Ecco tutti i nostri nemici"
Torino, stampato a giugno, firmato dallo spazio occupato El Paso. Gli attacchi a Cavaliere, Laudi, Genco e a Rifondazione. Il documento semiclandestino trovato dai Carabinieri "in ambienti vicini ai centri sociali" 

etc etc. segue articolo di Arturo Buzzolan e Marco Travaglio (che vi risparmiamo) 

E così il cerchio si chiude, stando ai due articolisti. 

Si chiude per l'opinione pubblica, dato che per inquirenti e poliziotti il cerchio, come da vent'anni ad oggi, si chiude sempre sui soliti, sul gruppo cosiddetto degli "anarchici insurrezionalisti", i "seguaci di Alfredo Bonanno", gli "irriducibili" e puttanate del genere. 

Tutti già sotto processo per mani di Marini, sotto controllo, nell'occhio del mirino eccetera eccetera, blah blah. 

Per l'opinione pubblica, ecco qualche altro elemento appetitoso. 
Certo, non si può dire a freddo che, come al solito, i "centri sociali" non c'entrano e che di mezzo ci sono i soliti anarchici criminali, quelli "espulsi dalla Fai", e via dicendo. 

Che suspence c'é? 

Già Luther Blisset, dalle pagine di una rivista radicale l'aveva scritto, questi anarchici che sparlano a destra e a sinistra, soprattutto a sinistra, se la vanno cercando. 
Possono i giornali ripetere la stessa litania lasciando a bocca asciutta tutti quelli che in questi 4 -5 mesi non hanno sentito parlare d'altro che di squatters e di centri sociali? 
No.
Quindi, l'opuscolo distribuito da El Paso in modo casuale (eventi torinesi, El Paso presenza stabile come distribuzione...) diventa un opuscolo DI El Paso. 
Semiclandestino. 
Strano, dato che il programma della festa di giugno a sostegno di Radio Black Out indicava chiaramente la data di presentazione dell'opuscolo con la presenza degli autori (serata particolarmente partecipata, tra l'altro). 
Opuscolo presentato anche in un altra radio cittadina, in altre radio di movimento di altre città, in spazi occupati di altre città, opuscolo normalmente in vendita nelle maggiori librerie italiane, come secondo il metodo delle edizioni NN, alla loro quinta uscita (dopo Ros, Chiapas, Albania, Ai ferri corti). 
Però semiclandestino suona bene. 

E suonano ancora più minacciosi i vari estratti assolutamente non desueti dalle varie analisi e commenti provenienti sia da El Paso che da altri settori radicali di questi ultimi 10 anni. Nulla di particolare: leggetevi, tanto per gradire, l'opuscolo contro la legalizzazione di 7-8 anni fa, ma anche volantini, manifesti, sulle elezioni, sui partiti, sulla scuola, sulle droghe, sulla religione, sul militarismo, su eventi repressivi, sul controllo sociale, sulla musica, sulle mode... 

Però un po' di colore ci va, magari per meglio inquadrare le prossime operazioni repressive poliziesche, per chiarire che non si vogliono colpire le idee, i bravi ragazzi, i centri sociali, ma solo i criminali. 

Canzone già sentita. 
Meglio far credere che chi ha certe idee è meglio che se le tenga per sé quando accadono cose pericolose, meglio fare il pesce in barile e fare i duri con rivoluzioni lontane, con gesti fantasiosi o rituali, basta che siano gesti. 
Qui non si pensa, non si discute, si ordisce solo. L'OVRA sapeva pensare di meglio, oramai in troppi ci hanno già sentito parlare tranquillamente male di coloro che voi indicate ora come bersagli dei pacchi finta bomba. 

Sì, brillanti giornalisti, l'opuscolo è datato giugno 98, come scrivete voi, "un mese prima delle sei -per ora- spedizioni." 
Cazzo, stiamo tutti col fiato sospeso in attesa dell'arresto dei terroristi dei pacchi che non esplodono. 
Forza ragazzi, magari ci sarà da scrivere qualche altro bell'articolo sulle proteste che seguiranno alla repressione... o no? 

27 Agosto '98 - El Paso Occupato
Né centro né sociale né squat 
 


 

 
E UN PACCO A CAVALIERE ...

Per non far torti a nessuno. 
A differenza di quel che sembrava, non sono azioni dimostrative. 
Poca sorpresa per i primi due destinatari, qualcuna per il terzo, che sembra una brava persona. Ma che, non dimentichiamo, ha svolto un ruolo fondamentale nei mesi scorsi mediando tra i carcerati e l'esterno, operazione ovviamente impossibile per chiunque altro (la legge permette solo agli uomini di Stato queste libertà), senza contare il buon lancio della propria persona sul palcoscenico istituzionale, dove si ha successo nella misura in cui più si appare. 

Il suo ruolo sembrerà positivo a chi ritiene che il dialogo sia utile o necessario, non certo a chi ritiene che non vi sia l'oggetto della questione: non c'è nulla su cui dialogare. 
Come abbiamo già scritto, l'unica relazione che abbiamo con le istituzioni è quella legata alla sopravvivenza dei posti occupati, nel senso che lo Stato può militarmente toglierceli quando vuole (con quel che potrebbe seguire) o lasciarci perdere. Ce li siamo presi, ce li terremo con la forza, e con la forza ce li leveranno quando gli converrà. Punto. 
Nel caso di El Paso, non saranno i maneggi politici a decidere ma le lobbies industriali che stanno allargando il cantiere della stazione Lingotto (per l'Alta Velocità) che passerà sopra il Paso. 
Quando sarà l'ora, arriveranno, dialoghi o meno. 

Certo, per chi ha delle richieste da presentare allo Stato (soldi, permessi, sconti, garanzie, appoggi, legittimazioni politiche, sociali, artistiche), il dialogo rappresenta l'unica strada, una forca caudina imprescindibile per il proprio inserimento. Per costoro il pacco al consigliere Verde Cavaliere sarà un errore, uno sbaglio, addirittura una montatura dei servizi segreti per criminalizzare il 'movimento' che ovviamente deve rimanere puro e santo come l'anfratto mariano. 

Per noi un politico è un politico, nulla più, nulla meno, così come non esistono magistrati buoni o giornalisti cattivi (anche se leggere i passati articoli di Genco e rimanere freddi è veramente sforzo degno di un santo per chiunque...). 
Comunque non siamo qui con lo scopo di durare per sempre come cariatidi religiose o faro delle masse oppresse. 

Un posto in fondo sono quattro mura, il resto non lo si butta giù così facilmente. 
Adesso arriveranno perquisizioni nelle case e nei posti occupati, sequestri degli onnipresenti manuali da bombarolo (sì, sono in libera vendita, per non parlare di Internet), volantini, lettere e giornali, intensificheranno pedinamenti e intercettazioni, ripartiranno sui giornali le liaisons con ogni e possibile fatto criminoso e anarchico italico e straniero, insomma, la solita trafila. 

Nulla di cui sorprendersi, neanche delle grida da paraculo sul solito complotto dei servizi segreti e sulla estraneità dei 'bravi ragazzi dei centri sociali' a gesti del genere; saranno solo il solito utile appoggio all'opera della polizia, ci siamo abituati purtroppo. 

Sapete, in fondo è la solita storiella, noi da una parte e loro dall'altra, come sempre, come tutti i giorni, anche senza prime pagine. 
Vivere liberi o morire, somma banalità dirà qualcuno, che si è gia trasformata in realtà per Baleno e Soledad. E questo è meno banale. 

5 Agosto '98 - El Paso occupato 
Né centro né sociale né squat 
 


 

 
UNA BOMBA A LAUDI E UNA A GENCO

Apprendiamo dai tg odierni che qualcuno, evidentemente poco distratto dalla solita estate divertimentosa, ha inviato un paio di pacchetti tipo bomba al magistrato (lui però era in vacanza) che ha incarcerato Baleno, Soledad e Silvano ed uno al giornalista Genco. 
Pacchi dimostrativi, sembra, nulla è successo. 
Domani notizie fresche in proposito. 

Un saluto a tutti quelli che hanno il sangue e la testa talmente bollenti da dimenticarsi il clima. 

4 Agosto '98 - El Paso occupato 
Né centro né sociale né squat 
 


 

 
OGGI CORTEO A NOVARA h.17

PER LIBERARE SILVANO, PER LIBERARE TUTTI, 
ATTACCARE LE ISTITUZIONI E LE SUE STRUTTURE

Non siamo qui per reclamare Giustizia, nessun tipo di Giustizia, né borghese né proletaria né rivoluzionaria. Non siamo qui per sostenere l'innocenza di Silvano né per ribattere alle fumose costruzioni pubblicate dal Manifesto o dal giornale di don Ciotti o dall'ormai celeberrimo Luna Nuova, in base alle quali lo si vuol dipingere come personaggio sospetto, come vorrebbe il copione della magistratura. 

Siamo qui per far sentire a Silvano la nostra vicinanza in un momento per lui senz'altro durissimo rispetto a chiunque altro, ma soprattutto per smascherare l'inchiesta sui sabotaggi in Val Susa.
Il giudice Laudi non può ammettere che non esista alcuna banda chiamata Lupi Grigi. Il giudice Laudi non può ammettere l'evidente concreta e fondata possibilità che tutti questi attacchi, portati non solo contro la costruenda linea dell'Alta Velocità siano stati effettuati da varie e diverse persone che hanno ogni buon motivo per muoversi in tal senso, senza essere né terroristi, né rivoluzionari, né anarchici o quant'altro. Il giudice Laudi non può riconoscere pubblicamente le responsabilità di un progetto come questo, che, come tanti altri simili, può far esplodere chiunque nei modi più inattesi e non controllabili. 

Questa è l'ipotesi più pericolosa per lo Stato e per i suoi servitori, per chi ne dipende, per coloro che se ne servono. Questo è ciò che non potranno mai dichiarare. 

Il tipo di isolamento e di efferatezze cui hanno costretto Silvano, e prima anche Edoardo e Soledad, costituiscono il percorso obbligato dello Stato che non può intraprendere altra strada che non quella della criminalizzazione e dell'annientamento di chi gli si oppone apertamente. 
In questo senso vanno letti anche gli sforzi dei media e dei politicanti d'ogni sponda di ricondurre tutta la faccenda alla 'questione giovanile' o alle storie della difesa dei 'centri sociali'. 

Di queste balle poco ci interessa rispetto alla questione fondamentale: c'è chi - e non ci interessa sapere chi - attacca i progetti dello Stato e del Capitale. Noi come sempre siamo d'accordo con chi si muove con mezzi e metodi che riteniamo affini ai nostri. Non ci stupiamo neanche delle rappresaglie repressive dello Stato. Questo non influisce sul fatto di provare un odio indicibile contro questi magistrati che per ragion di Stato e di carriera uccidono alla cieca, contro coloro che hanno condotto questa indagine e contro coloro che hanno arrestato e detenevano prigionieri Silvano, Soledad e Baleno. 
L'unica risposta possibile è l'attacco discriminato contro ogni e qualsiasi struttura di questo sistema di potere che ha permesso tutto ciò. 
Non possono difendere tutto per sempre. Gli assediati devono diventare loro. Loro hanno tutto da perdere. Loro sono quelli che possiedono tutto, che controllano tutto, ed è tempo di minare a fondo questo potere. 
Non acclamiamo bande armate né atteggiamenti rambistici e truculenti; ognuno nel suo può essere dannoso contro questo sistema, senza la pretesa di veder riconosciute le proprie 'gesta'. Se è l'odio che vi anima, basterà l'amore per il gesto distruttivo, anche se le vostre bandiere non sventoleranno mai. Guardatevi attorno, oggi, domani, sempre. Attaccare è sempre possibile, ovunque, con ogni strumento a disposizione, senza palcoscenici. 
Non sfoghiamoci soltanto. Ogni giorno, ognuno di noi ha motivi a sufficienza per esprimere praticamente il proprio odio. O noi o loro, senza mediazioni. Il resto è mera sopravvivenza. 

18 Luglio '98 - El Paso occupato 
Né centro né sociale né squat 
 


 

 
BLACK OUT: LA CONTROINFORMAZIONE E' REATO

E' di poche ore fa la notizia che i tre redattori della radio saranno sottoposti a processo nell'aprile 1999. Nell'udienza preliminare il magistrato ha accettato la tesi di Marini & C. secondo la quale la "Nota informativa del ROS dei CC", recapitata anonimamente alla radio nel luglio scorso e quindi presentata al processo, sia opera dei tre redattori, il quale l'avrebbero composta con il computer di uno di loro (redattore nonché imputato nel processo Marini e responsabile del Comitato Difesa Anarchici), stampata con la propria stampante e se la sarebbero quindi spedita alla 'propria' radio per poi presentarla al 'proprio' processo per scagionare gli imputati. 

Il testo della nota è un vero e proprio piano per incastrare gli anarchici definiti più pericolosi, contro i quali da anni si svolgono indagini e processi senza esiti definitivi, tramite la fabbricazione di una falsa pentita. 
La cronaca degli eventi, ben testimoniata anche solo dai verbali del processo, corrispondono totalmente a quanto prospettato in quelle carte, che portano la data del dicembre '94. 
Non potendo ammettere la realtà dei fatti, ai magistrati De Crescenzo, Marini e Ionta, hanno fatto perquisire prima la radio e quindi un'abitazione, sequestrando i rispettivi computer. Non si sa cosa abbiano trovato sul secondo, ancora sequestrato, ma non risulta agli atti assolutamente di rilevante. Ma la tesi del pm, inoppugnabile secondo i più classici criteri dello storico Tribunale dell'Inquisizione, è che i tre siano colpevoli perché nessun altro avrebbe potuto fare una cosa del genere. Insomma, il movente c'è, quindi altro non serve. 

Noi pensiamo che non a caso questo processo sia stato fissato tra un anno, e che magari sarà ancora rinviato, almeno fino a quando il processo Marini sarà concluso. Sarebbe troppo scomodo in questo frangente affrontare delle conclusioni magari imbarazzanti che potrebbero influire sul Grande Processo contro gli anarchici, meglio affossarlo nel tempo. 
Non si vede infatti come potranno i solerti carabinieri costruire prove in tal senso, quindi, lasciamo passare il tempo. E soprattutto, ribadiamo il messaggio già abbondantemente e comodamente recepito da tutti i media 'professionisti': di questo processo agli anarchici non si deve parlare. Se non è folklore e non è criminalità, si tace. 
I cittadini onesti non avranno troppo da preoccuparsi nel remoto ma eventuale caso abbiano a cuore il problema della libertà di stampa e d'informazione, democraticamente garantita: anche questa notizia non circolerà troppo. 

Noi faremo del nostro meglio per far danni anche questa volta, state tranquilli. 

14 Luglio '98 - El Paso occupato 
Né centro né sociale né squat 
 


 

 
SOLEDAD E' MORTA: CELEBRAZIONI NO GRAZIE

Soledad si è presumibilmente (ma non abbiamo motivo per dubitarne) impiccata questa notte, tra il 10 e l'11 luglio a Benevagienna, nella comunità di Sotto I Ponti della quale era ospite agli arresti domiciliari. La sua salma è stata trasportata nella mattinata stessa nell'ospedale di Mondovì sotto ordine dello stesso magistrato che stamane è comparso in loco inveendo perché gli avevano interrotto il weekend. I giornalisti presenti in loco sono stati allontanati senza complimenti. 

Soledad aveva 22 anni ed era argentina. Era in Italia dal settembre 1997. Nell'ambito delle indagini condotte dai CC del ROS sui sabotaggi (una dozzina circa) contro i cantieri dell'Alta Velocità in Val Susa era accusata di aver fatto parte di una banda armata denominata "Lupi Grigi", organizzazione che ha rivendicato uno solo degli episodi sopracitati, avvenuti quasi tutti prima dell'estate del 1997. 
Era stata arrestata all'inizio di marzo assieme a Silvano Pelissero e Edoardo Massari. 
Le accuse erano quindi state ridimensionate dopo il suicidio in carcere a Torino di Edoardo Massari. A Soledad erano quindi stati concessi gli arresti domiciliari a Benevagienna. 
Silvano Pellissero è invece stato trasferito nel carcere speciale di Novara, e da 20 giorni è in sciopero della fame per ottenere gli arresti domiciliari e per conoscere la data del suo processo. 
Il magistrato che conduce le indagini (che avrebbero dovuto chiudersi il 7 maggio) sui sabotaggi è Maurizio Laudi. 
Il famoso 'arsenale' rinvenuto nella cantina della Casa Occupata dove i tre vivevano non è mai stato mostrato né è stata depositata alcuna perizia. 
Silvano sta subendo un attacco mediatico nel tentativo di dipingerlo come un agente provocatore. 
Non ci sono al momento scadenze pubbliche, né speriamo ci siano in futuro, visto il risultato esorcizzante dela manifestazione di massa del 4 aprile. 

Che ognuno esprima le proprie ragioni e i propri sentimenti nel modo più confacente, senza pensare al mero presenzialisimo, nel posto e nela situazione in cui vive, coi tempi e coi mezzi che più gli aggradano. 

Non c'è nulla da aggiungere e nulla da gridare. 

Muoversi. (think globally act locally) 

12 Luglio '98 - El Paso occupato 
Né centro né sociale né squat 
 


 

 
SILVANO FASCISTA COME NOI

Ora che le acque si sono un po' calmate sul fronte dell'ordine pubblico (l'avevano già battezzata l'emergenza Torino, il caso squatters, etc), lo Stato comincia a presentare il conto. 

Edoardo è morto e lo abbiamo seppellito con una grossa manifestazione; garanzia quasi certa che da lì in poi le reazioni alla sua morte sarebbero andate calando, e così è stato.
Soledad non è libera ma è ai domiciliari, decisione supportata da una serie di articoli e interviste che l'hanno esibita alla pubblica opinione come una povera e spaurita ragazza straniera capitata qui nel momento sbagliato, disperata amante del disgraziato suicida, eccetera. Quanto bastava perché chiunque si commuovesse accondiscendendo di buon grado alla richiesta di rilascio.

In questo percorso di anticipazione del giudizio finale della Legge mancava solo una cosa: un colpevole. E non c'è rimasto che lui, ora, Silvano Pelissero.

E' già da un paio di settimane che di lui si parla citando l'espressione "personaggio strano" oppure "personaggio oscuro"… e finalmente stamattina, leggiamo la rivelazione su Repubblica : Silvano sarebbe stato fermato 20 anni fa mentre attacchinava dei manifesti dell' MSI assieme ad Agostino Ghiglia, tuttora esponente politico di AN.
Adesso, secondo l'articolista (Alberto Custodero) tutto si chiarisce. Finalmente si è creato il legame tra le varie storiacce della Valsusa, i servizi segreti, l'ex spia e killer Fuschi , l'ex braccio destro di Dalla Chiesa 'Tex' Tessari ora responsabile della sicurezza della Sitaf, la società autostradale della Valsusa, il traffico d'armi e i sabotaggi.
Hanno cominciato a preparare il terreno ed ora è venut